La fiaccola sotto il moggio
di Gabriele D’Annunzio
Regia di Serena Senigaglia
ATIR Milano

La fiaccola sotto il moggio si propone come una tragedia in versi di ambientazione abruzzese. D’Annunzio la scrive 1905 e subito dopo la rappresenta a Milano, al Teatro Manzoni, riscuotendo un notevole successo.
L ’Abruzzo qui disegnato da d’Annunzio non è un archetipico luogo senza tempo, arcaico e barbarico, con i suoi tratti fortemente ancestrali e misterici, bensì un ben preciso ambiente storicamente definito, qual è il territorio di Anversa “presso le gole del Sagittario” nel terzo decennio dell’Ottocento, durante il regno di Ferdinando I di Borbone. Qui, alla vigilia di Pentecoste, nel castello dei Sangro, si consuma la fosca vicenda che porta Gigliola a voler vendicare la morte violenta della madre Monica, uccisa un anno prima dalla lussuriosa Angizia, la serva da tempo amante del principe Tibaldo che con questo delitto ha potuto diventarne la nuova moglie, in un contesto familiare dove sono evidenti i segni della decadenza morale: Tibaldo è succube di Angizia e suo complice; il fratellastro gli è legato da un ambiguo rapporto di odio, sotteso a una comune avarizia; il figlio diciassettenne Simonetto, fratello di Gigliola, minato dalla sifilide, è abulico rispetto a quanto gli accade attorno.
A lungo meditato nei primi due atti, il progetto di Gigliola, inteso a uccidere la matrigna e quindi suicidarsi per lavare in tal modo l’onta della complicità paterna nell’assassinio della madre, pare realizzarsi nel terzo atto grazie all’ospitalità che i Sangro hanno concesso al “serparo”, il padre di Angizia, da lei rinnegato. Gigliola sottrarrà infatti delle serpi velenose al serparo, il quale scacciato dalla casa se ne è andato lanciando sulla figlia una tremenda maledizione, e si farà mordere, per poi entrare nella stanza di Angizia ed ucciderla; la troverà però già morta, soppressa da Tibaldo che ha così voluto evitare che la purezza dei figli venisse contaminata da un delitto, ma ha soprattutto voluto seppellire nell’oblio le proprie vergognose colpe nei confronti di Monica.
Il moggio, una specie di piccolo tino usato come unità di misura per le granaglie, rimanda al mondo contadino, nel cui ambito si svolge la storia, mentre il detto “tenere una fiaccola sotto il moggio” significa “possedere una verità nascosta”, che è appunto quella della farneticante e quasi folle Gigliola, la quale intuisce la vera causa della morte materna, ma non la manifesta ed è alla fine sopraffatta nel suo impeto vendicatore dal destino, implacabile signore delle ombre e unico arbitro delle vicende umane.
Definita dal suo stesso autore come “la perfetta delle mie tragedie”, La fiaccola sotto il moggio ritrae la fine di una famiglia, moralmente disgregata dal male trionfante, e insieme di un’intera epoca, lasciando intravedere foschi presagi e inquietudini premonitrici su un presente che sfocerà di lì a qualche anno nella Grande Guerra. Sul piano poetico e drammaturgico è evidente come qui d’Annunzio torni a proporre la sua idea di un “teatro di poesia” dove la figura della protagonista rimanda alle Elettra di Eschilo, Sofocle ed Euripide. Però a differenza del mito greco, qui D’Annunzio ha compiuto un rovesciamento del mito stresso riproducendo sulla scena il medesimo tema in chiave moderna.
Roberta Marfisi
II B
Liceo Classico Vittorio Emanuele II